La Compassione – Gregg Braden

Dopo aver capito l’importanza della COMPASSIONE nel post HeartMath: La scienza del Cuore, ecco un articolo che aiuta a comprendere cosa davvero essa sia.

Questa storia parla di Gesù di Nazareth e della guarigione. La storia racconta di una donna di cui Gesù si occupò e di come Egli scelse di rispondere alle sue richieste. Quando leggiamo questi testi è interessante scoprire che non tutti coloro che richiesero l’aiuto di Gesù furono guariti.
Egli poneva loro due domande e, a seconda delle risposte che davano, le persone potevano beneficiare o meno della guarigione.
La prima domanda era: “Credi in me? Credi in mio Padre?
Pensate a quel punto della Sua vita Egli non faceva distinzioni tra Sé stesso e il Padre Celeste. Pensateci! Nessuna distinzione. [1]
Nel nostro linguaggio, basato sulla separazione, quando furono fatte le traduzioni, qual è la preghiera più potente che ci è stata data in Occidente?
Certo, notate la risposta che è stata data: la chiamiamo la preghiera del Signore. Il Signore di chi?
Le tradizioni Essene la chiamano la preghiera del Padre nostro. Qual è la prima frase completa di quella preghiera?
Che sei nei cieli” – esatto.
Qual è la traduzione occidentale?: “Padre nostro che sei nei cieli”: ecco la separazione: nostro Padre è in cielo, noi siamo quaggiù. Questa non è la versione originale in aramaico che dice: “Padre nostro che sei ovunque, Padre nostro che sei ovunque!” [2]
Quindi il nostro linguaggio ha un ruolo potente e per questo che vi invito a esplorare molti sentieri quando rivolgete la vostra attenzione verso le lingue. [3]
La storia in cui Gesù dice : “Credi in me e credi in mio Padre?” l’ho letta in quella lingua perché Gesù a quel punto vedeva solo la possibilità di un’unione tra loro.
La persona rispondeva “si” o “no”.
Poi Gesù faceva la seconda domanda: ”Cos’hai imparato attraverso la tua malattia?” “Cosa hai imparato dalla malattia?” Perché la gente di solito chiedeva di venir guarita da malattie.

Questa particolare storia mi affascina perché c’era una donna che era lebbrosa dalla nascita, oggi non ci sono molti lebbrosi in quel paese, ma una volta ce n’erano parecchi.
La donna che aveva sempre provato rabbia verso la sua malattia rispose: “Cosa intendi dire con cos’hai imparato? Non ho imparato niente! C’è stato un errore, io non dovevo nascere malata. Sono così orrenda che non ho mai avuto un amico, non ho mai conosciuto un uomo. Sono così orrenda che perfino gli animali scappano quando mi vedono. Guariscimi tu da questo male! “
Gesù le rispose: “Se non hai appreso nulla dalla tua malattia, non ti resta che morire e conoscere te stessa attraverso la morte
Le disse così perché l’amava fino a quel punto. Quello era l’inizio della compassione. Gesù non aveva nessun attaccamento al risultato. Avrebbe potuto subire pressioni psicologiche dalla presenza dei suoi seguaci, avrebbe potuto essere in Galilea e aver pensato: ”Ci sono diecimila persone dietro a me e davanti a me c’è una donna che mi sta chiedendo di fare qualcosa, devo sbrigarmi a fare qualcosa subito!”
Invece no, il suo pensiero non seguì la logica. Egli l’amava e lei aveva – dalla nostra prospettiva – accolto, creato quella malattia nella sua vita per mezzo della sua maestria in modo da poter conoscere sé stessa. Se non le era servito, perché portargliela via? Questo è pensiero senza attaccamento al risultato.
Alcuni anni fa la televisione ci ha resi testimoni di una tragedia accaduta già troppe volte nel mondo nel piccolo stato del Rwanda.
I telegiornali mostrarono le immagini di circa 10.000 civili massacrati dai propri connazionali sulle strade di quel paese.
Quella sera ero con un gruppo di amici: eravamo in quattro, proprio il gruppo giusto perché ho avuto la possibilità di osservare gli altri tre e di cogliere dal vivo le loro reazioni. Mentre il telegiornale era in onda ho chiesto a una donna del gruppo cosa provava: era furiosa e, battendo il pugno sul tavolo, mi disse: “E’ ridicolo, quando la smetteremo? Quando manderemo i marines ad uccidere i soldati che hanno massacrato i civili, perché non li fermiamo?”
Era presente anche un uomo che era stato in contatto con la filosofia della Nuova Era e chiesi anche a lui che cosa provava. Mi rispose: “Come? I Rwandesi? Loro lo sapevano che sarebbe accaduto: era il loro karma. A qualche livello, quando sono nati, sapevano che sarebbero morti in quel modo. La morte in realtà non esiste. E’ quasi ora di cena, mangiamo qualcosa?”
Lui non provava niente.
La terza persona era una donna, che si era alzata ed era andata in cucina. Io la seguii e le chiesi: “Che significato ha per te il dramma che abbiamo appena visto?”
Lei si girò ed aveva le lacrime agli occhi mentre diceva: “Non lo so. Non voglio che muoiano dei soldati, perché quel modo di pensare è lo stesso che ha causato la morte dei civili. Non credo neanche che dovremmo mandare i marines. Non voglio che ci siano altre vittime. Anche se non ho mai conosciuto quella gente, provo un senso di vuoto in seguito alla loro scomparsa. Il fatto che loro non siano più qui mi fa sentire diversa.”
Quello è l’inizio della compassione.

La prima donna era nella polarità: provava rabbia, era nello stesso tipo di polarità che aveva permesso alla tragedia di accadere.
L’uomo invece era in uno stato di diniego, perché quello che aveva visto lo aveva ferito a un livello talmente profondo che non aveva permesso a sé stesso di sentirlo, quindi aveva razionalizzato l’esperienza.
L’altra donna, invece, aveva permesso a sé stessa di provare sentimenti, e nel far questo aveva aperto le porte alla compassione.

Come fate a sapere se siete in uno stato di diniego o se invece provate un amorevole distacco?
Potete porvi una semplice domanda e se non provate nulla quando siete testimoni di un’offesa o di una tragedia come quella, c’è una buona possibilità che ne siate rimasti talmente feriti da rifiutare l’evento.
Se invece provate dei sentimenti verso ciò che è accaduto e se non cercate una compensazione del tipo: “Ora siamo pari” oppure “qualcuno deve pagare”, allora non siete nella polarità. In tal caso vi permettete di sentire e se siete in grado di dire a voi stessi: “Sento un vuoto per la scomparsa di quelle persone, questo non doveva succedere.” E se c’è la sensazione che si sia realizzato un equilibrio, allora forse voi siete alle porte di ciò che chiamiamo compassione.
Sto per narrarvi la fine della storia del mio gatto Merlino, che ho iniziato a raccontarvi prima. Qualcuno mi ha chiesto cosa gli era successo. Lo racconto, perché ha costituito una parte molto importante della mia vita ed è molto rilevante per dare concretezza all’argomento che stiamo trattando e che talvolta può apparire nebuloso.
Mi ero procurato tutto ciò di cui avevo bisogno per fare un viaggio verso casa con Merlino e la nostra fu una grande avventura da Mount Chastan, fino al Messico del Nord. Viviamo a circa 6 miglia dal confine del Colorado, in una zona bellissima. Merlino diventò un bel gattone vigoroso e pieno di salute, col pelo completamente nero, senza neanche una macchiolina. Un grande amico per me. Se avete letto il mio libro “Risvegliarsi al punto zero” sappiate che, mentre scrivevo, Merlino era seduto lì sul mio tavolo. Ogni tanto mi alzavo per sgranchirmi e lui camminava sulla tastiera del computer. Qualche volta scriveva parole che avevano senso. Se avete visto degli errori di battitura nel libro, penso proprio che Merlino mi abbia dato una mano a metterceli. Merlino usciva tutti i giorni, lo lasciavamo libero la mattina e lui sapeva che doveva tornare a casa all’una del pomeriggio, cosa che fece per vari anni.
Un giorno Merlino uscì ma non tornò a casa. Dapprima non ero molto preoccupato. Mi dissi che forse era una passeggiata più lunga delle altre, magari una faccenda da gatti maschi che vanno in esplorazione. Il secondo giorno ero un po’ preoccupato e sentivo che c’era qualcosa che non andava. Il terzo giorno sapevo che era successo qualcosa di brutto dalla mia prospettiva di allora. [4]
La mia vita si bloccò. Non rispondevo al telefono non scrivevo lettere, non mi occupavo più dei miei affari. Per 5 giorni interi invitai i miei amici nella valle per cercare Merlino dappertutto. Abbiamo guardato nelle tane dei coyote, dentro i nidi di gufo, nelle tane dei tassi, siamo andati a cercare i nidi delle aquile giù a valle. A confine della nostra proprietà ci sono 130.000 acri di salvia che appartengono ad un ufficio territoriale. L’area è recintata ed abbiamo percorso il confine da un capo all’altro. Usavamo il recinto per legarci dei nastrini ogni tre passi e da lì ripartivamo verso l’interno della proprietà per essere sicuri di perlustrare ogni palmo di terra.
Dopo alcuni giorni avevo in me la sensazione che stesse succedendo qualcosa di molto brutto. Era come se il gatto fosse vivo e fosse caduto in un pozzo e avesse bisogno di aiuto, o fosse in un vecchio edifico abbandonato, o fosse rimasto preso in una trappola.
Un mattino ero a letto. Il sole non era ancora sorto ma c’era già luce e io ho chiesto un segno dicendo: “Padre, chiedo che mi venga dato un segno, il mio amico Merlino è vivo? Ha bisogno di me? Cosa sta succedendo?” Non feci neanche in tempo a formulare quella frase che avvenne qualcosa che non era mai accaduto prima e che non sarebbe mai più accaduto in seguito. Nel raggio di 360 gradi intorno alla nostra proprietà si incominciò a sentire un coro di coyote guaire, ululare, piangere, alla luce del giorno. Poi tutto finì come era iniziato. In quel momento seppi che Merlino non era più con me. Era stato preso dai coyote.
Quel mattino mi alzai, mi misi alla guida del mio furgone e lungo la strada cominciò a succedere qualcosa di molto strano: c’erano dei coyote dappertutto: cuccioli e adulti che camminavano anche davanti al furgone, in gruppi di due o tre. Ce n’erano su tutta la mia proprietà con la differenza che di solito si vedevano la mattina presto o al tramonto, mai di giorno. In quel momento mi venne offerta un’opportunità. Se mi fosse stata data in un momento diverso forse avrei provato molta rabbia verso ogni coyote che incontravo, forse sarei salito in cima ad uno dei miei edifici e, come un cecchino, avrei sparato ai coyote uno ad uno pensando: “forse sei tu quello che ha preso il mio amico Merlino.” Non mi sentivo così. Non volevo che i coyote morissero, piuttosto mi mancava il mio amico Merlino, la sua presenza. Sentivo la mancanza della sua vita. Avendo scelto di non provare rabbia verso quei coyote. Pur accogliendo in me l’emozione di aver perso il mio amico ho afferrato al volo quella potente opportunità di apertura verso la compassione.
Pensiero senza attaccamento al risultato, sentimento senza distorsioni, emozione senza carica. Ero molto ferito. Merlino era un amico carissimo per me.
Io racconto storie di animali che forse ad alcune persone appaiono un po’ sciocche e, se siete mai stati soli nella vostra vita – io non ho mai avuto bambini – gli animali per me sono stati essenzialmente come figli e sono stati maestri molto potenti.

 

Tratto dal libro *Camminare tra i Mondi*
Articolo trovato su: http://www.eoslailai.com/gregg-braden-articoli-17/70-gregg-braden-compassione

 

NOTE di Lore

[1] Ramtha nel suo libro “Dio in Te” esprime più volte il concetto che Dio (Pensiero Divino) essendo nostro Creatore ci ha fatti con una parte di Sè. Quindi noi tutti siamo parte di Lui, siamo Lui.

[2] Sia Ramtha ma anche Don Miguel Ruiz esprime questo concetto: Dio è ovunque. Nell’acqua che beviamo, nell’aria che respiriamo, nella situazione che affrontiamo, nelle persone che incontriamo durante la giornata. Il concetto quando lo si comprende è semplice e ovvio. Dio è una parte di noi, noi siamo una parte di lui, noi siamo una parte di noi. Siamo tutti un’unica Entità Divina Illimitata. Non cè separazione. Il concetto è lo stesso della goccia e dell’oceano. Una goccia è una goccia. Ma se la gettiamo nell’oceano non si distingue più dove inizia e dove finisce la singola goccia. E che cos’è l’oceano se non un insieme di gocce?

[3] Ramtha dice di non credere a nulla ma di essere sempre aperti all’ascolto. Non credere a nulla a priori senza avere prima sperimentato.

[4] Essendo tutti collegati tra noi è normale che proviamo EMPATIA.

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