LA FINALITA’ DEL CAMBIAMENTO ATTRAVERSO LA COMPRENSIONE DEI KLESA
“Il dolore nella vita è inevitabile ma la sofferenza è facoltativa”
P. Yogananda
La terapia regressiva si fonda sul rintracciamento dei nuclei di tensione karmica che come scrive Angelo Bona costituiscono “le cattive emozioni e i tormentosi affetti che devono fluire dal cuore, racchiuse in allegoriche bolle che manifestano una dolorosa tensione superficiale” (Bona, 2006).
Tali nuclei permettono lo svelamento dei nessi karmici, ovvero l’esplicazione delle radici nelle precedenti vite del conflitto della vita attuale. Ma di cosa sono piene queste bolle? Cosa intendiamo per cattive emozioni e tormentosi affetti?
Ancora una volta la filosofia yoga ci fa da Maestra illuminandoci il cammino verso la comprensione. Il termine sanscrito klesa significa afflizione, sofferenza di carattere esistenziale dovuta all’ignoranza della propria natura di Essere-Coscienza-Beatitudine assoluti, che determina una identificazione del soggetto con gli accadimenti della propria vita. Non conoscendo la propria vera natura, che è sempre divina e completa, l’uomo è abituato a definirsi in base ai ruoli assunti nella vita ed in base agli accadimenti che ne costellano il suo dipanarsi. Esiste, altresì, un altro tipo d’identificazione, ovvero quella col proprio corpo. Al lettore sembrerà difficile comprendere come non ci si possa identificare con le proprie afflizioni o col proprio corpo, ma in realtà ciò che con tali aspetti s’identifica, non è il Sè supremo, la più profonda natura dell’Essere – completa e trascendente – bensì l’Io. L’Io, seguendo il linguaggio psicoanalitico della classica tripartizione psichica freudiana - peraltro condivisa da tutte le scuole di pensiero psicologico – si costituisce come il mediatore tra gli impulsi dell’Es (inconscio) – che sono sempre primitivi ed immediati – e la coscienza (determinata anche dalle proibizioni del Super-Io), che al contrario dell’Es opera un principio di realtà sulle cose e, quindi, di discernimento.
Affermiamo, dunque, che l’Io – se integro – si pone come punto d’equilibrio tra le spinte sotterranee della psiche e le richieste della mente conscia, frutto di un attento esame di realtà. Ma per compiere questa difficilissima , nonché dispendiosa operazione, l’Io sacrifica la natura più intima del Sé, poiché il mantenimento dell’esame di realtà comporta un allontanamento dalla natura divina per accostarsi alle richieste sociali derivanti dall’ambiente in cui si è inseriti. Le richieste sociali costituiscono le spinte verso l’assunzione di ruoli; le richieste sociali nascono dal bisogno di soddisfare i propri personali desideri che a loro volta porteranno all’assunzione costante e continua di ulteriori desideri, non appena quelli precedenti saranno stati soddisfatti. E’ ovvio che il desiderio muove la curiosità e, quindi, il mondo. Ma il nocciolo della sofferenza sta nel come desideriamo e , soprattutto, se identifichiamo o meno tutto il nostro essere con la realizzazione di quel tale desiderio. Budhha, stabilisce come causa di tutte le sofferenze, proprio il desiderio: Quando questo ha il sopravvento sul Sé, l’Io inizia a stabilire una serie di parametri rispetto a come dovrebbe essere la vita dell’individuo che esso rappresenta. Da qui l’identificazione con tutto ciò che lo avvolge, dentro e fuori. Per identificazione, intendiamo l’eccessiva vicinanza con le emozioni determinate dagli eventi: di qualunque natura essi siano.
Nelle afflizioni, quindi, troviamo anche il piacere, poiché il perseguimento di esso genererà sofferenza: o perché impossibile da raggiungere o perché subito dopo si genereranno altri desideri, creando un costante senso d’insoddisfazione.
Patanjali afferma che la mancanza di consapevolezza della realtà, il senso dell’egoismo (nei termini dell’“io sono” in quanto identificazione con gli eventi), le attrazioni e le repulsioni, nonché il forte attaccamento alla vita, generano tutte le miserie dell’esistenza. Queste componenti emozionali presenti in ogni individuo – rintracciabili all’interno dei nuclei di tensione karmica cui accennato in apertura – costituiscono i Klesa: Avidya , Asmita, Raga, Dvesa e Abbinivesa.
Avidya è la radice degli altri quattro e rappresenta l’illusione (Maya) in cui la coscienza si lascia coinvolgere identificandosi con la materia e, quindi, con gli avvenimenti. E’ la forma dignoranza per eccellenza in cui si prende il non-eterno, l’impuro e il male , per eterno, puro e buono.
Asmita è l’identificazione della coscienza con quanto si percepisce, ove l’Io-sono nel senso della pura coscienza si confonde con “io sono questo o quest’altro”. Ci si identifica, dunque, col veicolo con cui opera: nella fattispecie col corpo. Ma forme più evidenti di asmita sono rappresentate dall’identificazione con le operazioni della mente.
Raga è l’attrazione che si prova verso le persone, gli oggetti o gli eventi che sono fonte di desiderio. In questo caso è un desiderio legato alla possibilità di procurarsi piacere fisico, emotivo o mentale, senza considerare che dall’attrazione discenderà sofferenza non appena il desiderio verrà frustrato o svanirà a causa della mutevolezza insita in tutte le cose.
Dvesa, di conseguenza, è la polarità opposta al raga, ovvero la repulsione provata verso le cose poiché foriere d’infelicità. Le repulsioni determinano attaccamento quanto le attrazioni, poiché ci legano ad eventuali ingiustizie che sentiamo inappropriate alla nostra esistenza. L’ingiustizia e l’idiosincrasia che avvertiamo verso eventi comporta il tentativo costante di evitarli, con un dispendio notevole d’energia accompagnato da emozioni negative come rabbia (desiderio di vendetta) o tristezza.
Infine, Abbinivesa è il forte attaccamento alla vita – negando la polarità vita-morte come un tutt’uno – considerando buona la vita ma cattiva la morte: la morte viene vista come evento da procrastinare quanto più possibile vista la sua ineluttabilità. La paura della morte nasce appunto dall’identificazione dell’Io col corpo, dimenticando che l’anima, lo spirito ed il Sé non sono il corpo, ma qualcosa che sopravvive alla morte. In tal senso la morte non esiste in quanto evento finale in assoluto, ma solo in quanto evento di questo corpo in questa vita.
Risulta chiaro, quindi, che l’attaccamento a tutto ciò che ci circonda, corrisponda all’azione dei cinque klesa succitati, e che la perdita o l’attenuazione di essi determini, di contro, l’apertura verso la realtà suprema del Sé. Realtà che è composta dalla compresenza di tutte le polarità, poiché è falsità la netta separazione tra buono/cattivo, inizio/fine, giusto/sbagliato. Con questo non si vuole cadere in un cieco nichilismo per cui nulla esiste e tutto è possibile: al contrario, riteniamo che la capacità di discernimento operata da una mente saggia ed evoluta sia capace di evitare dolori e sofferenze a sé e ad altri.
La vera risoluzione del conflitto generato dalle polarità, sta nel comprendere che la finalità di tutte le cose sta nell’elevazione al di sopra del bene e del male: accadimento possibile solo nel momento in cui si attua quel distacco auspicato dalla filosofia yoga attraverso il mantenimento della disciplina, ed in particolare, come afferma Patanjali, con il costante esercizio del Kriya-yoga. La comprensione dell’inutilità del male ( che viene compiuto solo a fini egoistici), come dell’inutilità dell’inseguimento senza sosta del piacere ( anch’esso finalità dell’ego ), comporta il distacco dalle cose del mondo, finalità cui l’umanità è chiamata al fine di comprendere la vera essenza della vita: l’Amore , inteso non come possesso e piacere, ma come comprensione dell’Uno e della totalità. Comprensione – possibile grazie al dolore e al piacere – di quanto l’individuo sia particella del tutto e di quanto le polarità bene/male si ritorcano sempre, nel tempo, su ognuno di noi , anche se non siamo gli attori principali di quel particolare male o bene. Si potrebbe obiettare che occorra, dunque, far solo del bene. Sarebbe opportuno , solo se venisse compiuto senza l’attaccamento alla gratifica che ne potrebbe conseguire: far del bene , procurare piacere – solo per riceverne - innesca circolarmente, la lotta del possesso e , quindi, della competizione e sofferenza.
Kriya yoga ( scuola di pensiero simile al karma yoga che fa capo a Yogananda) significa yoga dell’azione: implica l’azione connessa al pensiero, alla devozione, alla respirazione ed alla meditazione. Questo tipo specifico di yoga (ricordiamo che le suddivisioni dello yoga sono principalmente dodici), attenua i klesa sopraccitati conducendo l’adepto al samadhi, ovvero alla realtà trascendente dell’uomo e delle cose. L’attenuazione dei klesa comporta il distacco emotivo da tutti gli accadimenti sia interni che esterni , ove per distacco s’intende l’elevazione spirituale che permette di osservare l’evento considerandoci esterno ad esso. Tale meccanismo, oltre ad essere la chiave d’accesso per la spiritualità, è in prima battuta un potente meccanismo psicologico che permette di leggere l’accadimento nella sua interezza, da più angolature, e di poterne, quindi, estrapolare soluzioni per dare ad esso un senso rintracciandone possibilità di cambiamento.
Non esiste cambiamento quando c’è identificazione e , quindi, attaccamento. Il cambiamento è possibile solo quando ci si apre alla rinuncia e, quindi, alla perdita. Per rinuncia e perdita ci riferiamo alla rinuncia dell’attaccamento alle emozioni, sia positive che negative, da parte dell’io. Forse il compito più arduo per l’uomo, che vive, invece, di continua ricerca di gratifica dell’io , tralasciando con tale atteggiamento l’intera personalità costituita da realtà divina immanente e la cui sola realizzazione avviene attraverso - citando C. G. Jung – la funzione trascendente, finalità ultima dell’esistenza ove conscio ed inconscio s’incontrano dentro e fuori si sé, nell’evoluzione dell’anima del mondo.
La terapia regressiva, analizzando i klesa contenuti nei nuclei di tensione karmica, permette ad essi di svelare i loro archetipi e, quindi, di rintracciarne le origini al fine di trasformarli. I klesa accompagnano la vita di ogni individuo; se al momento della morte essi saranno ancora pienamente attivi e non attenuati o sradicati, si ripresenteranno nelle vite successive con la stessa intensità ed allo stesso livello con cui avranno lasciato la vita precedente: si determinerà, in pratica, continuità ma non cambiamento, ripetizione senza fine dell’errore dell’attaccamento alle emozioni ed alla vita terrena.
Dott.ssa Giusi Polizzi, psicologa psicoterapeuta riconosciuta AIIRe
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