La scomparsa di Atlantide

Sulla scomparsa di Atlantide, il continente mitologico inabissatosi migliaia di anni fa, si sono avvicendati studiosi di tutte le epoche, e anche Bendandi disse la propria.
Di fatto, le uniche fonti scritte alle quali rifarsi per individuarne la realtà storica sono alcuni dialoghi di Platone, vissuto ad Atene tra il 428/427 a.C. e il 348/347 a.C., e che raccolgono le narrazioni di Solone, vissuto però almeno cento anni prima. Lo stesso Solone avrebbe a sua volta riportato dei racconti recepiti forse dagli Egizi, e non vissuti in prima persona. Anche in questo caso non si può parlare, pertanto, di fonti dirette, ma solo di tradizioni orali, poi trascritte. Né ci si può basare sulle letture di Edgar Cayce, nonostante l’abbondanza della documentazione trasmessaci, poiché il profeta dormiente, pur fornendo pagine e pagine di informazioni sul mitico continente, visse nel XX secolo.

In Timeo e Crizia Platone descrisse Atlantide come un’isola ricca e felice, in cui tutto abbondava. Estesa più di quanto fosse immaginabile, oltre le Colonne di Ercole, era “un’isola più grande della Libia e dell’Asia messe insieme”. Dai suoi racconti emerge un continente così pacifico che ricorda il paradiso terrestre, ma abituato a combattere per difendersi. Atlantide possedeva una flotta militare immensa, che – sembra, anche se le fonti non concordano per via un anacronismo storico – combatté anche contro la stessa Atene. Secondo alcuni ricercatori, fu proprio la brama di potere degli atlantidei a far perdere loro il controllo e a farli soccombere, in una serie di battaglie scatenate tra gli abitanti. Altri sostengono che Atlantide si inabissò nel giro di un giorno e una notte in seguito ad enormi cataclismi. Altri ancora che in parte si sgretolò e che la parte rimanente fu avvolta dalle acque.

Tante le teorie, e molteplici le date ipotizzate per la scomparsa del leggendario continente. Alcuni, come il Filippoff, sostennero che il cataclisma si sarebbe verificato nell’anno 7.256 a.C., altri tra il 9.400 e l’8.400 a.C. Tra questi, lo stesso Platone, che collocava l’inabissamento del continente nel 9.500 a.C. circa.
La più comune credenza si attesta però intorno al 10.500 a.C. e sembra che anche il Bendandi vi si sia associato. Tornando indietro nel passato, come era sua abitudine fare nello studio dei terremoti e adottando la sua metodologia, Bendandi stabilì con precisione il luogo e l’ora della catastrofe, avvenuta il 10.431 a.C.

“La garanzia che il metodo è buono si ha guardando nel passato”, sosteneva Bendandi.

 

Atlantide sarebbe stata collocabile, secondo i calcoli dello studioso faentino, in una precisa zona di terra emersa tra la costa del Portogallo e le isole Azzorre.
Per spiegare la scomparsa dell’isola, Bendandi ricorse ai capisaldi della sua idea di base: La Terra è influenzata da forze gravitazionali interplanetarie che agiscono ciclicamente e in quel particolare momento sarebbe stata soggetta allo spostamento dei poli geografici e al rigonfiamento equatoriale. Una sorta di dislocazione della crosta terrestre, dunque. Conseguenza diretta di questo evento, l’allagamento di alcune regioni emerse, tra cui Atlantide.

Cataclismi di dimensioni notevoli, ma inferiori, si sarebbero registrati, per il Bendandi, nel 2687 a.C. in coincidenza del diluvio universale, quando il concorso delle forze gravitazionali avrebbe investito un minor numero di corpi celesti, mentre un evento analogo – per intensità – a quello di Atlantide, Bendandi lo avrebbe ritenuto possibile solo nel 2.521 d.C.

Tutte ipotesi, è ovvio, per le quali il condizionale è d’obbligo. Non si può sottovalutare, tuttavia, il fatto che la data 10.500 a.C. ricorra piuttosto di frequente quando si parla di studi riguardanti il prossimo 21 dicembre 2012.

Secondo numerose ricerche, infatti, proprio in quella data si assistette a cambiamenti climatici netti e repentini, violenti terremoti, eruzioni vulcaniche e scioglimento dei ghiacciai. Nel giro di vent’anni o poco più, a cavallo del 10.500 a.C., si registrarono mutamenti meteorologici che portarono a violente alluvioni con estinzioni di massa. Contestualmente, le odierne ricerche sui picchi raggiunti dal Sole hanno evidenziato un’intensa attività solare proprio in concomitanza con quella data e il picco che si registrò all’epoca è identico a quello che si registra oggi. Stranamente, retrocedendo nella storia, troviamo questi picchi del Sole proprio in coincidenza con ciascuna delle quattro grandi Ere del passato, ogni 5.125 anni. E sembra che ciascuna di queste Ere sia terminata con grandi catastrofi naturali.

Dobbiamo allora parlare di pure e semplici fantasie o le intuizioni di Bendandi su Atlantide potrebbero nascondere qualcosa di reale?

Sicuramente si tratta di asserzioni personali da parte di un uomo che non fu “dottore” in materia. L’osservazione scientifica dei fenomeni, inoltre, ci porta a sposare solo quelle teorie seguite poi da una sperimentazione pratica: una sorta di prova “provata”. E nel caso di Bendandi non fu così. La teoria “sismogenica” restò per sempre confinata nei saperi di un uomo che non volle divulgarla per intero, forse per il timore di non essere preso sul serio. Solo dopo la morte dello studioso ebbe inizio l’opera di catalogazione dei documenti raccolti nella sua casa – osservatorio da parte di sismologhi e ricercatori appartenenti all’associazione “La Bendandiana”.

Osservando le ricerche di Bendandi secondo un’ottica comparativa, possiamo rapportarle a quanto Gregg Braden, scienziato e ricercatore, ha sostenuto in una conferenza tenuta in Italia lo scorso marzo 2011 e che molto ricorda quanto asserito dallo studioso faentino. Braden sostiene infatti che “Il 2012 si è già verificato nel passato perché fa parte di questa ciclicità, dei cicli di cui stiamo parlando. Diciamo che rappresenta un frattale del passato”. Stando a questa affermazione, e rifacendoci alla ciclicità del fenomeni, tra cui anche il prossimo allineamento dei pianeti previsto al 21 dicembre, non sarebbe poi così lontana quell’ipotesi secondo la quale Atlantide, continente reale e non mitologico, si sarebbe davvero inabissata, come sostenuto dal Bendandi, e che ciò sarebbe avvenuto in coincidenza di un particolare evento planetario durante il quale le forze dei pianeti avrebbero agito sulla crosta terrestre, modificandone la struttura.

Se tutto ciò fosse vero e dimostrabile, l’uomo dei terremoti avrebbe fornito una bella prova sulla quale poggiare la propria teoria e la “sismogenica”, designata a lungo come teoria psicoscientifica, diventerebbe scienza a tutti gli effetti.

Fonte: www.ilpuntozero.com * Link

 

 

Il ritorno di Atlantide

Qualcuno comincia a rilevare alcune analogie tra la civiltà dell’antico Egitto e quelle dell’America Centrale: costruzioni piramidali, imbalsamazione, anno diviso in 365 giorni, leggende, affinità linguistiche. Atlantide sarebbe stata dunque una sorta di ponte naturale tra le due civiltà, esteso, probabilmente, tra le Azzorre e le Bahamas.

Nel 1815, Joseph Smith, contadino quindicenne di Manchester, nella Contea di Ontario a New York, ebbe un primo incontro con un angelo di nome Moroni che gli promise rivelazioni straordinarie. Molti anni dopo l’angelo gli mostrò il nascondiglio di alcune preziose tavole scritte in una lingua sconosciuta, che Smith, illuminato dall’ispirazione divina, si mise diligentemente a tradurre.

Nel 1830 uscì Il libro di Mormon, vera e propria bibbia della setta dei Mormoni, che descrive una distruzione con caratteristiche del tutto atlantidee (anche se l’Atlantide non vi è citata) avvenuta subito dopo la crocifissione di Cristo.

“Nel trentaquattresimo anno, nel primo mese, nel quarto giorno, sorse un grande uragano, tal che non se ne era mai visto uno simile sulla terra; e vi fu pure una grande e orribile tempesta, e un orribile tuono che scosse la terra intera come se stesse per fendersi ( … ). E molte città grandi e importanti si inabissarono, altre furono in preda alle fiamme, parecchie furono scosse finché gli edifici crollarono, e gli abitanti furono uccisi e i luoghi ridotti in desolazione ( … ) Così la superficie di tutta la terra fu deformata e scese una fitta oscurità su tutto il paese e per l’oscurità non poterono accendere alcuna luce, né candele né fiaccole …”.

I superstiti, il popolo di Nefi, si erano rifugiati in tempo “nel paese di Abbondanza”, dove avevano costruito templi e città, tra cui quello di Palenque e una grande fortezza identificata successivamente con Machu Picchu.

Trentadue anni più tardi un eccentrico studioso francese, l’abate Charles-Etienne Brasseur, scoprì la “prova definitiva” del collegamento tra Mediterraneo, Atlantide e Centro America.

Le sue teorie furono immediatamente screditate, ma ispirarono la prima opera veramente popolare sull’argomento: Atlantis, the Antediluvian World (“Atlantide, il mondo antidiluviano”) dell’americano Ignatius Donnelly (1882).

Secondo Donnelly, Atlantide era il biblico Paradiso Terrestre, e là si erano sviluppate le prime civiltà. I suoi abitanti si erano sparpagliati in America, Europa e Asia; i suoi re e le sue regine erano divenuti gli Dèi delle antiche religioni.

Poi, circa tredicimila anni fa, l’intero continente era stato sommerso da un cataclisma di origine vulcanica. A sostegno della sua tesi, Donnelly adduceva le analogie culturali descritte sopra e qualche prova geologica a dire il vero non troppo convincente.

Dall’altra parte dell’oceano Augustus Le Plongeon, medico francese contemporaneo di Donnelly, che per primo aveva scavato tra le rovine Maya nello Yucatan, riprese indipendentemente la tematica di The Antediluvian World in Sacred Mysteries among the Mayas and Quiches 11.500 Years Ago; their Relation to the Sacred Mysteries of Egypt, Greece, Caldea and India (“Misteri sacri dei Maya e dei Quiché 11500 anni fa; loro relazione con i Misteri Sacri degli Egizi, dei Greci, dei Caldei e degli Indiani”).

A parte la smisurata lunghezza del titolo, il suo libro ottenne un grande successo e contribuì in larga misura alla diffusione al rilancio del mito.

    I predatori della città perduta

Gli studi pseudo-scientifici pro e contro Atlantide cominciarono a succedersi a ritmo vertiginoso. La gran massa degli studiosi concordava nel situare Atlantide in mezzo all’Atlantico, come suggerisce la sua stessa denominazione; ma in Francia le cose andarono diversamente.

Il botanico D. A. Godron fondò la “Scuola dell’Atlantide” in Africa nel 1868, collocando la città perduta nel deserto del Sahara. Godron e il suo seguace Berlioux si rifacevano all’opera Biblioteca Storica del greco Diodoro Siculo (90-20 a.C.), il quale aveva affermato che “un tempo, nelle parti occidentali della Libia, ai confini del mondo abitato, viveva una razza governata dalle donne ( … ). La regina di queste donne guerriere chiamate Amazzoni, Myrina, radunò un esercito di trentamila fanti e tremila cavalieri, penetrò nella terra degli Atlantidei e conquistò la città di Kerne”.

Niente, dunque, a che vedere con la tradizione platonica; tuttavia i francesi possedevano molte colonie in Nord Africa e una possibile collocazione di Atlantide in quel territorio solleticava, evidentemente, il loro nazionalismo.

Si spiegano così le numerose spedizioni susseguitesi alla ricerca della città perduta nel massiccio dell’Ahaggar.

Altre Atlantidi sono state collocate in luoghi spesso ancor più fantasiosi: in Inghilterra al largo delle coste della Cornovaglia ove sarebbe sprofondata la mitica città di Lyonesse, in Brasile, Nord America, Ceylon, Mongolia, Sud Africa, Malta, Palestina, Prussia Orientale, Creta, Santorini.

Quest’ultima collocazione, sostenuta dall’archeologo greco Spiridon Marinatos, insieme con l’irlandese J. V. Luce, e descritta nel volume The End of Atlantis: New light on an Old Legend (“La fine di Atlantide”), accontenta parecchi studiosi tradizionali.

La civiltà di Akrotiri, nell’isola greca di Santorini, fu effettivamente distrutta nel 1400 a.C. da un’eruzione vulcanica. Per un espediente narrativo, Platone l’avrebbe trasportata al di là delle colonne d’Ercole, l’avrebbe ingrandita a livello di continente e avrebbe ambientato l’episodio in un epoca assai precedente.

Secondo l’italiano Flavio Barbero, Atlantide si sarebbe trovata in Antartide.

In tempi remoti il clima di quel territorio era temperato e una civiltà vi ci si sarebbe potuta tranquillamente sviluppare; poi le glaciazioni l’avrebbero completamente distrutta (l’ipotesi é esposta nel volume Una civiltà sotto il ghiacci, 1974).

Un altra recente teoria identifica Atlantide con Tartesso, prosperosa città-stato di origine fenicia costruita su un’isola alle foci del Guadalquivir.

Nel quinto secolo a.C. la città venne completamente distrutta, probabilmente da un attacco cartaginese, lasciando sicuramente dietro di sé la leggenda di una grande civiltà scomparsa all’improvviso.

Intorno al 1920 l’archeologo tedesco Adolf Schulten ne identificò la posizione: sarebbe sorta nei pressi di Cadice, l’antica Gades, e, in effetti, Platone parla nel suo racconto di un re chiamato Gadiro. Tartesso presenta qualche analogia con la città descritta dal filosofo greco: era irrigata da canali, era fertile e ricca di minerali, e sopratutto andò distrutta in brevissimo tempo.

Sempre a Cadice è ambientata una singolare truffa: nel 1973 la sensitiva Maxine Asher riuscì a convincere il rettorato dell’università di Pepperdine (California) a finanziare una spedizione sottomarina in Spagna, dove forti vibrazioni psichiche le avevano segnalato la presenza di una città sommersa. Parecchi studenti e professori sborsarono dai 2000 ai 2400 dollari, e la Asher partì effettivamente per Cadice, da dove diramò un falso comunicato stampa che confermava il ritrovamento. Ricercata dalle autorità spagnole – si era eclissata con il denaro raccolto – fu arrestata in Irlanda, mentre stava organizzando un’identica messinscena.

Se anche voi intendete partire alla ricerca di Atlantide, prendete contatto con l’Atlantis Research Group (F.G. Lanham Federal Building, 819 Taylor Street, Box 17364, Ft. Worth, TX 76102-0364, USA): i suoi affiliati vi sapranno dare preziose indicazioni.

L’Atlantide esoterica

Verso la fine del secolo scorso, lo studioso inglese Philip L. Slater ipotizzò l’esistenza di un sub-continente sommerso (da lui battezzato “Lemuria“) che avrebbe potuto unire l’Africa all’Asia in un’epoca remotissima.

Non c’è da stupirsi se, nel romantico clima ottocentesco, l’ipotesi dell’esistenza di un nuovo continente scomparso incontrò subito grande successo.

Nel 1888 Helena Blavatsky, fondatrice di un gruppo esoterico chiamato “Società Teosofica”, confermò entusiasticamente la teoria, che lei già conosceva per averla letta (insieme alla “vera” storia della fine di Atlantide) nelle misteriose “Stanze di Dzyan“, un antico libro scritto in una lingua sconosciuta che racchiudeva la storia dimenticata dell’uomo.

Secondo la Blavatsky, ad Atlantide e a Lemuria abitava la terza di sei razze che avrebbero popolato la terra in tempi remoti; i suoi rappresentanti erano poco meno che Dèi, dotati di straordinarie conoscenze esoteriche poi tramandatesi solo entro una ristrettissima cerchia di iniziati.

La Teosofia rese così popolare una nuova concezione di Atlantide: il continente divenne d’improvviso l’inizio del sapere e della civiltà (Gerardo D’Amato, 1924); addirittura la fonte primigenia della civilizzazione.

Alcuni “Grandi iniziati” sopravvissuti alla sua distruzione – tra cui il Mago Merlino dei miti di Re Artù – avrebbero trasmesso ai loro discendenti segrete conoscenze esoteriche; come gli alieni per i fautori della “ipotesi extraterrestre”: essi sarebbero i responsabili di molte delle costruzioni, oggetti e fenomeni inesplicabili”.

Nel 1935 il medium americano Edgar Cayce affermò in stato di trance che Atlantide era stata distrutta a causa del cattivo uso di oscure forze da parte di malvagi sacerdoti e predisse che alcune parti del continente perduto sarebbero riemerse entro pochi anni a Bimini, al largo della costa della Florida. In effetti, proprio in questa località e proprio alla data prevista, nel 1969, l’archeologo subacqueo Manson Valentine rinvenne alcune costruzioni sommerse (le tracce di una larga strada e un tempio) la cui origine è tutt’ora in discussione. Secondo “l’ipotesi extraterrestre”, Atlantide e Mu sarebbero invece state basi di alieni, distruttesi a causa di un cattivo uso dell’energia nucleare.

Il cataclisma

 Ammessa (e non concessa) l’esistenza di Atlantide, quando potrebbe essere avvenuta la sua distruzione e cosa potrebbe averla determinata?

Sul primo punto (“Quando”), gli Atlantidisti sono abbastanza concordi: intorno a 10.000 anni fa, più o meno nel periodo descritto da Platone. Otto Muck, autore de “I Segreti di Atlantide“, ha ricostruito con complessi calcoli basati sul calendario Maya addirittura il giorno esatto della catastrofe: il 5 giugno dell’8498 a.C.

Per quanto riguarda le cause, le ipotesi sono molteplici: dall’eruzione vulcanica, a una guerra nucleare, alla caduta di un asteroide o di una seconda luna che, in tempi remoti, avrebbe orbitato intorno al nostro pianeta.

Un cataclisma di tale portata potrebbe arrecare conseguenze di vari ordini. La scomparsa di un continente modificherebbe innanzitutto le correnti oceaniche, mutando in modo radicale le situazioni climatiche, creando nuove glaciazioni e nuove zone desertiche.

L’onda d’urto e la susseguente marea distruggerebbero gran parte delle città portuali e molte città dell’interno; l’immensa e rapidissima compressione causata dall’impatto con un gigantesco asteroide provocherebbe una radioattività pari a quella di numerose bombe H. La polvere sollevata da una simile esplosione oscurerebbe il sole per anni, provocando terrori ancestrali (e, tra l’altro, ulteriori conseguenze sul clima e i raccolti).

Se Atlantide fosse stata davvero la dominatrice di altre civiltà, inoltre, la sua scomparsa avrebbe suscitato lotte e sconvolgimenti.

Insomma, se Atlantide fosse stata distrutta in un giorno e una notte, come Platone asserisce, la Terra avrebbe conosciuto necessariamente un’era di barbarie e una nuova civilizzazione non avrebbe potuto evolversi prima di cinque – seimila anni. Il tempo sufficiente per cancellare e trasformare in leggenda ogni traccia di un remoto passato.

Platone conferma la storia dei cataclismi che si scatenarono in quel periodo, nelle “Leggi” in cui afferma che “un tempo vi furono grandi mortalità, causate da inondazioni e da altre generali calamità, dalle quale ben pochi uomini riuscirono a salvarsi. Ed è ovvio pensare che, essendo state le città completamente rase da tale distruzione, gran parte della loro civiltà fu con esse seppellita sotto le acque, ed è occorso lunghissimo tempo per ritrovarne la traccia, e cioè non meno di parecchie migliaia di anni”.

Secondo la tradizione egizio – indiana, confermata anche da quella del Galles, la scomparsa dell’Atlantide sarebbe avvenuta in seguito a quattro catastrofi, scatenate probabilmente dall’azione vulcanica.

Il primo cataclisma avvenne circa 800.000 anni fa e fu determinato dal rovesciamento dei poli. Questo avrebbe cominciato ad attaccare l’ossatura terrosa dell’Atlantide che successivamente sarebbe stata spazzata via insieme a tutte le terre emergenti dell’Oceano dalle masse d’acqua provenienti dal nord.

Il secondo Cataclisma probabilmente di origine vulcanica, sarebbe avvenuto circa 200.000 anni fa e per causa sua l’Atlantide restò ridotta e diminuita.

Il terzo cataclisma, causato all’azione vulcanica, avvenne 80.000 anni fa e dette alla terra un aspetto del tutto differente, riducendo l’Atlantide a due isole Routo e Daitya.

Infine il quarto cataclisma ebbe luogo nell’anno 9564 a.C. quando Atlantide non esisteva che allo stato d’isola: l’isola di Poseidone. Essa fu inghiottita e disparve così dalla terra.

E’ importante notare come queste tradizioni coincidano in un certo senso con il racconto di Platone, in cui il sacerdote Sais afferma che a lunghi intervalli, avvengono perturbazioni causate dei movimenti celesti, in modo che delle conflagrazioni generali necessariamente ne seguano.

Una memoria della catastrofe geologica che colpì Atlantide è stata conservata dalle nazioni che secondo ogni probabilità, facevano parte dell’antico impero atlantideo.

I Toltechi del Messico e gli Incas del Perù affermavano di essere discendenti di Atlan o Aztlan una terra lontana “dove si elevava un’alta montagna ed un giardino abitato dagli dei”.

Anche i Dakotas dell’America del nord raccontano che essi provengono da un’isola situata contro il sol levante, che fu poi sommersa e dalla quale scapparono all’epoca del cataclisma.

Una descrizione dell’immagine del cataclisma è contenuta nell’atzeco Codex Chimalpopoca: “In tal momento il cielo si congiunse con l’acqua, in un sol giorno tutto fu perduto e il giorno consumo tutta l’umanità … anche la montagna sparì sott’acqua”.

Nel famoso libro sacro Maya (conservato nel British Museum) si legge: “Nell’anno 6 del Kan, il II muluc, nel mese di zac, si fecero dei terribili terremoti e continuarono senza interruzione sino al 13 chuen. La contrada delle colline di Argilla, il paese di Ma, fu sacrificato. Dopo essere stato scosso due volte, scomparve ad un tratto durante la notte. Il suolo era continuamente sollevato da forze vulcaniche, che lo facevano alzare ed abbassare in mille località. Infine cadette … ciò avvenne 8060 anni prima della composizione di questo libro”.

E’ importante notare come questa data dell’inabissamento di Atlantide coincida esattamente con quella dei preti egiziani che la stabiliscono come avvenuta nell’anno 9564 a.C. Infatti aggiungendo a quest’epoca gli anni dell’era volgare, si arriva a 11490 anni circa, e aggiungendo agli anni 8060 del Maya i 3400 di antichità del Libro, si ottiene in totale 11460 anni.

Ad Haiti e nelle Antille vi è una tradizione che dice: “Il mare si rovesciò attraverso i rotti argini e tutta la pianura che si stendeva lontano, senza né fine né termine da alcun lato, fu coperta dalle acque … soltanto le montagne, a causa della loro altezza, non furono coperte da questa inondazione e le isole”.

Secondo le tradizioni gallesi, riguardanti l’Atlantide, tre razze avevano occupato il paese dei Galli e l’Armonica: la popolazione indigena, gli invasori atlanti e i Galli ariani. Inoltre secondo tali tradizioni, ci furono tre grandi catastrofi che avevano sommerso a tre varie riprese un immenso continente, del quale il paese dei galli costituiva una estremità. Inoltre i vecchi Galli raccontavano, mostrando l’Oceano Atlantico, che una volta le foreste si stendevano molto lungi nel mare e coprivano una immensa distesa.

Più preciso è un testo scritto dal filosofo greco Proclo (Costantinopoli 410 – Atene 485) nel quale afferma che: “Gli storici che parlano delle isole del Mare Esteriore dicono che ai loro tempi vi erano sette isole consacrate a Proserpina e tre altre ne esistevano, di una superficie immensa, delle quali la prima era consacrata a Plutone, la seconda ad Ammone e la terza, della grandezza di mille stadi, a Poseidone. Gli abitanti di quest’ultima isola hanno conservato dai loro antenati il ricordo di Atlantide, cioè un’isola immensamente grande, che esercitò lungamente il dominio su tutte le isole dell’oceano atlantico …”.

Informazioni più dettagliate su Atlantide le troviamo sempre nel testo del Timeo, ed è Critia che ce le espone: “L’Atlantide era dunque toccata a Poseidone. Egli mise in una parte di quest’isola dei piccoli che aveva avuto da una mortale … Ed era una pianura situata vicino al, mare e, verso il mezzo dell’isola, la più fertile di tutte le pianure … I figli di Poseidone ed i loro discendenti regnarono nel paese per una lunga serie di generazioni, ed il loro impero si estendeva sopra un gran numero di altre isole, anche al di là dello stretto, come già si disse fino all’Egitto e alla Tirrenia …”.

Prove

A parte alcune intuizioni del racconto di Platone (per esempio quella di un vero continente al di là dell’oceano) rivelatesi poi veritiere, quali fatti concreti supportano l’esistenza storica di Atlantide?

Le uniche prove a favore su cui possiamo basarci sono di carattere puramente indiziario. Esistono, per esempio, manufatti non inquadrabili in modo canonico come prodotti di civiltà note.

C’è, soprattutto, una vasta tradizione a proposito di una grande catastrofe avvenuta in tempi remoti: lo spaventoso diluvio universale da cui solo pochi eletti si salvarono per volere divino.

Nel XVIII secolo geologi e naturalisti valutando la modificazione fisica dei terreni e la somiglianza tra le razze animali e la flora del nuovo e dell’antico continente, ammisero la necessità di un continente intermedio, che fosse loro servito da ponte naturale.

Inoltre la presenza della vita di animali e insetti continentali nelle Azzorre, nelle Canarie e a Madera implica che le Azzore facevano un tempo parte di un continente.

Anche il naturalista francese Luigi Germain, dopo attenti studi sulla fauna e la flora delle Azzorre, di Madera, delle Canarie e del Capo Verde, concluse che verso la metà dell’evo terziario questi quattro arcipelaghi formavano una sola terra unita a nord con la penisola iberica, a sud con la Mauritania, ad ovest con le Bermuda e con le Antille. Alla fine del terziario, a causa di vasti movimenti orogenici, ci fu lo “spezzamento”: da prima è una larga frattura occidentale che isola definitivamente l’Antico e il nuovo continente, poi è un profondo avvallamento che lo separa dall’Africa attuale. Ciò che ne restò avrebbe formato L’Atlantide di cui parla Platone.

Dunque, sia la geologia che la paleontologia, ammettono ufficialmente l’esistenza dell’Atlantide, un vastissimo continente dell’epoca terziaria che man mano si riduce di estensione dalla fine del terziario all’inizio del quaternario.

L’archeologo e paleontologo francese De Morgan constata che “al principio del post-glaciale dei ponti esistevano molto certamente nel mar mediterraneo, e fosse per mezzo dell’Atlantide o di qualche terra scomparsa il Nuovo mondo comunicava con  la nostra Europa”.

Le isole Canarie, dove venne trovata e sterminata un’antica razza di sopravvissuti, e le Azzorre, dove si dice siano state ritrovate statue, lapidi e rovine sommerse, vengono considerate da alcuni ricercatori come le cime delle montagne del sommerso continente di Atlantide.

Secondo gli scandagli fatti in epoca recente sul fondo dell’Atlantico il livello medio è di 4800 metri sotto la superficie liquida, ma con una voragine di 7137 metri. Immaginando l’Atlantico senza acqua, vedremmo due vallate che si allungano da nord a sud e separate da una ruga mediterranea a lato di questo solco, del quale la sommità resta soltanto a 1800 metri sotto il livello delle acque, con due fossati, larghi e profondi.

Nel 1898 una nave posacavi, nel tentativo di recuperare  un cavo che si era spezzato a nord delle Azzorre, portò in superficie frammenti di tachilite, una specie di lava vetrosa che si forma esclusivamente sopra il livello delle acque e in presenza dell’atmosfera. Da qui la certezza di immensi inabissamenti, nei quali delle isole e forse dei continenti sono scamparsi. Da qui la certezza che la terra che costituisce oggi il fondo dell’Atlantico, a 900 chilometri dalle Azzorre, fu coperta da colate di lava quando ancora era sommersa.

Bory de Saint-Vincent dichiara che, dopo aver compiuto lunghe crociere per studiare lo stato geologico delle isole ad occidente dell’Africa settentrionale, Madera, le Azzorre e le isole del Capo Verde appaiono come resti di un antico continente.

Inoltre, secondo la sua teoria, la scomparsa dell’Atlantide sarebbe stata causata da un lago immenso, chiamato Tritonide, anticamente esistito in Africa settentrionale, che in conseguenza di un violento terremoto avrebbe rotto la sua breve diga, rovesciando le sue enormi masse d’acqua prima nel canale che separava il continente africano da quello atlantico e poi sulla stessa Atlantide, lasciando così a secco il suo letto, che non è altro che il deserto del Sahara.

 

Cronologia Atlantidea

Comparando le varie teorie sull’origine e la distruzione di Atlantide è possibile tracciarne un’immaginaria cronologia.

Prima di ogni paragrafo troverete citata tra parentesi la dottrina a cui la cronologia si riferisce; noterete l’abbondanza di riferimenti alla Teosofia, il movimento fondato da Madame Blavatsky.

1 – Tra 4.500.000 e 900.000 anni fa: l’Homo sapiens nasce ad Atlantide (Teosofia)

“A 7 gradi di latitudine Nord e a 5 gradi di Longitudine Ovest, nella località ove ora si trova la costa Ashanti, compaiono gli Atlantidei, primi rappresentanti della Quinta Razza Madre” (W. Scott Eliott, The Story of Atlantis & Lost Lemuria, 1896). Si sono evoluti lentamente a partire dalle razze Lemuriane; hanno perso il loro colore azzurro e sono diventati prima rossi, poi viola e infine del nostro attuale colore rosato. I primi Atlantidei si chiamano Rmohal ; sono dotati di poteri ESP e di una struttura sociale piuttosto grossolana; daranno origine all’Uomo cosiddetto “di Cro Magnon” che genererà la razza Lappone e Australiana.

Nel giro di due milioni di anni i Rmohal emigrano verso un vastissimo territorio: Atlantide; non si tratta dell’isola “Più grande della Libia e dell’Asia messe insieme” descritta da Atlantide, ma di un supercontinente che comprende le due Americhe, Irlanda, Scozia, parte dell’Inghilterra e, dal Brasile, raggiunge la Costa d’Oro. Dopo aver sconfitto gli ultimi superstiti della catastrofe Lemuriana che vi si erano insediati, gli Atlantidei si differenziano in vari ceppi, tra cui i popoli che i moderni antropologi hanno battezzato Tlavatli (Cinesi e Aztechi, “Violenti, indisciplinati, brutali e crudeli” ), Toltechi e Turanici (i futuri Caldei, “Sotto parecchi aspetti, gente poco simpatica”).

2 – 900.000 anni fa: la fondazione di Tiahuanaco (Dottrina del Ghiaccio Cosmico)

La terza delle varie lune che – secondo la “Dottrina del Ghiaccio Cosmico” del visionario pseudo-scienziato tedesco Hans Horbiger – avrebbero ruotato in tempi remoti intorno alla Terra per poi precipitare disastrosamente sulla sua superficie, si avvicina alla Terra, facendo salire il livello delle acque.

Gli uomini e i giganti, loro re, salgono quindi sulle cime più alte e fondano la civiltà marittima mondiale di Atlantide.

Presso il lago Titicaca, nell’attuale Bolivia, i giganti edificano il complesso di Tiahuanaco; la loro forza colossale permette loro di realizzare un’opera impossibile per i comuni esseri umani (Hans Horbiger, Glazial Kosmologie, 1913).

“Dai lineamenti dei volti dei giganti giunge ai nostri occhi e al nostro cuore un’espressione di sovrana bontà e di sovrana saggezza; un’armonia di tutto l’essere spira dal colosso, le cui mani ed il cui corpo, nobilmente stilizzati, posano in un equilibrio che ha un valore morale” (Anthony Bellamy, Moons, Myths and Man, 1931).

I Toltechi, la Seconda Sottorazza atlantidea, con i loro due metri e mezzo di altezza non sono da meno dei Giganti; ad Atlantide edificano un immenso complesso, “La città delle porte d’oro”, che sorge “presso la costa orientale, a circa quindici gradi a nord dell’Equatore, sulle pendici di una collina alta circa centocinquanta metri sulla pianura; sulla sommità della collina erano il palazzo e i giardini dell’imperatore, in mezzo ai quali sgorgava un getto d’acqua che forniva il palazzo e le fontane e quindi scendeva in quattro direzioni, e poi perveniva, per mezzo di cascate, a un canale circolare che circondava il giardino” (Arthur E. Powell, The Solar System, 1923).

Secondo l’esploratore Percy Fawcett i Toltechi, che possedevano un potere per invertire la forza attrattiva della gravità in una forza repulsiva, cosicchè il sollevamento di grosse pietre a grandi altezze era cosa facilissima, avevano fondato anche Tiahuanaco (700.000 anni fa) e una città chiamata Zeta, perduta nella giungla amazzonica del Mato Grosso.

Il Tolteco diventa la lingua ufficiale del vastissimo impero atlantideo (circa sessanta milioni di abitanti, sui due miliardi che popolano la Terra); la tecnologia raggiunge un alto sviluppo. “Per spostarsi, usavano delle aeronavi con una capacità da due a otto posti costruite dapprima in legno, e poi con una lega metallica leggera, che brillava al buio come se fosse stata dipinta con una vernice luminosa. Durante le battaglie le astronavi spargevano gas tossici. Nei primi tempi erano mosse dal Vril, la Forza personale; quindi esso fu sostituito con un’energia generata con un procedimento sconosciuto che agiva con l’intermediario di una macchina. Per far salire l’astronave – che poteva raggiungere le cento miglia all’ora – si proiettava la forza in basso, attraverso le aperture dei tubi sul retro dell’apparecchio” (Arthur E. Powell, Op.Cit.).

3 – 600.000 anni fa: la prima distruzione di Atlantide (Teosofia e altri)

Dopo centomila anni dalla fondazione, la “Città dalle porte d’oro” degenera. I seguaci della Magia Nera, tra cui l’Imperatore, diventano sempre più numerosi; “la brutalità e la ferocia aumentano, e la natura animale si avvicina alla sua espressione più degradata”. (W. Scott Eliott, Op. Cit.).

Un primo, grande cataclisma, forse scatenato dallo sconsiderato uso dei poteri occulti, colpisce Atlantide; la “Città dalle porte d’Oro” viene distrutta, l’ Imperatore Nero e la sua dinastia periscono. L’attuale continente americano si separa dal resto dell’Atlantide; la Gran Bretagna si unisce in una grande isola con la Scandinavia e la Francia Settentrionale. L’avvertimento viene preso a cuore, e per un lungo periodo la stregoneria è meno diffusa.

4 – 150.000 anni fa: seconda distruzione di Atlantide (Dottrina del Ghiaccio Cosmico)

Anche per la “Dottrina del Ghiaccio Cosmico” è tempo di grandi catastrofi; la terza Luna si abbatte sulla Terra causando la sua distruzione di Atlantide, “e gli uomini primitivi la identificano con il Diavolo”.

Le acque “si abbassano bruscamente per il calo della forza di gravità” (?) e le grandi città Atlantidee rimangono isolate sulle vette di inaccessibili montagne. I giganti che governavano da milioni di anni perdono il loro popolo: gli uomini ritornano allo stato primitivo. (A. Bellamy, Op. Cit.).

5 – Tra 150.000 e 75.000 anni fa: civiltà corrotta (Teosofia)

Sull’Isola di Ruta, ad Atlantide, viene ricostruita la “Città delle Porte d’oro”; vi prospera una civiltà potente, ma troppo sontuosa. Gli imperatori si abbandonano alle pratiche di magia nera e solo una piccola minoranza di Maghi bianchi cerca di tenere a freno i malvagi occultisti. Lo stregone Oduarpa, associato al “Culto di Pan”, fonda “La Grotta Nera” in opposizione alla “Grotta Bianca” iniziatica; orribili esperimenti di biogenetica creano un esercito di mostri, ibridi a metà tra l’uomo e gli animali. Ma, nelle profondità dell’Himalaya, i saggi di Agharti vigilano.

6 – 75.025 a.C.: terza distruzione di Atlantide (Teosofia)

Il “Re del Mondo” Vaivaswata muove contro gli Atlantidei corrotti con un grande esercito, a bordo delle astronavi chiamate Vimana; i mostri di Pan e Oduarpa vengono sconfitti; le potentissime armi del “Re Del Mondo” distruggono quasi totalmente il continente corrotto.

Daitiya è completamente sommersa; di Ruta si salva solo una piccola parte, Poseidonia, ovvero l’Atlantide descritta da Platone.

Non è escluso che queste antichissime guerre celesti siano in qualche modo legate a quanto accadde (accadrà?) intorno al 2000 a.C. a Mohenjo-Daro.

7 – 10.000 a.C.: la distruzione finale (Ipotesi Extraterrestre)

Gli spaziali giunti dal pianeta Suerta, atterrati in tempi remoti in qualche angolo del Brasile e considerati divinità dalla tribù degli Ugha-Mongulala, decidono nell’anno 10.048 a.C. di abbandonare la Terra. “Stava per incominciare un’epoca terribile, dopo che le splendenti navi dorate dei primi signori si furono spente nel cielo, come stelle …”.

E, in effetti, qualcosa di terribile accade davvero: “Che cosa avvenne sulla Terra? Chi la fece tremare tutta? Chi fece danzare le stelle? Chi fece scaturire l’acqua dalle rocce? Il freddo era atroce e un vento gelido spazzava la Terra. Scoppiò una calura terribile e al suo alito gli uomini bruciavano. E uomini e animali fuggivano, in preda al panico. Tentavano di arrampicarsi sugli alberi e gli alberi li scaraventavano lontano. Quello che era in basso si capovolse e si ritrovò in alto. Quello che era in alto precipitò sprofondando negli abissi …” (Karl Brugger, Akakor, 1976).

L’immensa quantità di ghiaccio accumulatasi sull’Artide durante l’ultima glaciazione scivola nell’Oceano scatenando un maremoto gigantesco, divenuto nella tradizione il Diluvio Universale.

La tecnologia dei Nefilim (un altra stirpe di spaziali che si è insediata in Mesopotamia) ha previsto la catastrofe; l’ordine è di abbandonare la Terra e i suoi abitanti al loro destino. Ma, contravvenendo alle disposizioni, i Nefilim  (evidentemente più umanitari dei colleghi spaziali venuti da Suerta) ospitano alcuni esemplari dei terrestri della stirpe di Ziusudra (Noè) nelle loro arche; questi ultimi ripopoleranno il pianeta. Conclusa la missione, i Nefilim  lasciano la Terra (Zakarias Setchin, The 12th Planet).

La trappola sistemata da un gruppo di spaziali inseguiti da un’armata nemica finalmente scatta: i cattivi distruggono il “Quinto pianeta” (un corpo celeste in orbita tra Marte e Giove) che si disintegra formando la cintura degli asteroidi; poi ritornano alla loro galassia. La distruzione del quinto pianeta crea notevoli scompensi gravitazionali in tutto il sistema solare. L’asse terrestre si sposta di alcuni gradi, provocando lo scioglimento dei ghiacci polari e l’inondazione nota come Diluvio Universale. Gli spaziali esiliati sulla terra si salvano nelle loro gallerie; quando ne escono vengono considerati Dèi dagli sparuti gruppi di superstiti. Operazioni di biogenetica compiute sui terrestri affrettano la loro evoluzione (è la Genesi biblica); ma “gli Dèi erano irascibili e impazienti; erano rapidi a punire e a spazzar via i ribelli o coloro che non si adattavano alle loro leggi biologiche”, cosicché gli uomini cominciarono a temerli e a costruire, con titanici sforzi, rifugi per evitare la loro ira (le varie cattedrali sotterranee e le opere fortificate la cui funzione non è ancora stata identificata dagli archeologi) (Erich Von Daeniken, Opere varie).

8 – Platone (Teosofia)

Poseidonia, l’Atlantide descritta da Platone – ultimo relitto del gigantesco impero teosofico – è ormai completamente corrotta.

In un giorno e una notte, nell’anno 9564 a.C. gli Dèi la sprofondano nell’Oceano con tutti i suoi abitanti. La catastrofe si ripercuote a livello mondiale; le opere edificate dai Greci – dominatori del Mediterraneo grazie alla recente vittoria – sono completamente spazzate via dagli elementi; il Mare del Gobi si solleva e diventa l’attuale deserto; uguale sorte tocca alla pianura del Sahara (Otto Muck). Un gigantesco meteorite proveniente dalla Zona degli Asteroidi si abbatte nell’Atlantico, generando una mostruosa onda di marea che distrugge la civiltà di Atlantide. È il 5 giugno del 8498 a.C. (Otto Muck, I Segreti di Atlantide, 1976).

9 – (Dottrina del Ghiaccio Cosmico)

Dopo essere rimasta priva di satelliti per 138.000 anni, la Terra attira la sua quarta Luna, quella attuale. Il fenomeno cosmico scatena una gigantesca marea che, in una sola notte, distrugge Atlantide. I possenti giganti scompaiono; nasce la ben più modesta civiltà giudeo – cristiana (Hans Horbiger, Op. Cit. ).

10 – 10.000 a.C.: Il ritorno degli Atlantidei (The Cosmic Doctrine)

Alcuni Grandi Iniziati Atlantidei, tra cui il Mago Merlino, sopravvissuto alla distruzione della città di Lyonesse (un insediamento realmente sprofondato al largo della Cornovaglia, e da molti ritenuto una delle città di Atlantide), fondano il centro magico di Avalon, ove ripristinano gli antichi culti esoterici del Continente Perduto, scegliendosi dei discepoli come Artù che portino avanti la Tradizione. Gli Atlantidei si mescolano con i Celti, e si diffondono per tutta l’Europa, ove elevano megaliti a simboleggiare il culto del Sole (Dion Fortune, Avalon of the Heart, 1936).

Paleoastronautica

“Superstiti da Atlantide”

La “nave” spaziale di Cerro de la Cantera e l’enigma degli Olmechi

Un oggetto dall’aspetto campanulare che emette fiamme dalla parte posteriore sembra viaggiare in una tempesta. All’interno un uomo di aspetto enigmatico siede con le mani su un pannello rettangolare.

Un nuovo enigma dal passato emerge dalle nebbie del tempo generando motivati dubbi sul suo reale significato. L’incredibile rappresentazione è un bassorilievo di origine olmeca ritrovato su una parete di roccia basaltica a Cerro de la Cantera, Chalcatzingo Morelos, in Messico. Non è mai stato presentato in nessuna opera di paleoastronautica o di archeologia misteriosa scritta sinora da eminenti studiosi del settore, eppure sembra non presentare alcuna spiegazione razionale su quanto vi è raffigurato. Si tratta di una mia personale scoperta, non dal punto di vista archeologico (in quanto l’opera è accessibile a tutti ed è stata presentata anche su un libro di archeologia, scritto da Pina Chan intitolato “Olmechi”, Jaca, Milano 1989), ma da quello paleoastronautico, in quanto il disegno è del tutto sconosciuto agli studiosi di archeologia misteriosa e paleoastronautica.

La prima volta che mi sono trovato dinanzi a quest’opera sono rimasto sbalordito. A mio parere, infatti, il bassorilievo di Cerro de la Cantera non può avere altra spiegazione, se non quella di un velivolo simile alle nostre capsule o shuttle a propulsione convenzionale. I motivi stilizzati della parte posteriore della capsula non sono interpretabili in modo diverso se non quali fiamme generate da un sistema propulsivo, così come la stessa forma campanulare dell’oggetto. Gli stessi archeologi non hanno trovato una spiegazione convincente al disegno del bassorilievo. In effetti la figura è completamente priva di ogni motivo simbolico che possa aiutare a classificarlo come rappresentazione religiosa.

Il confronto con Palenque

Un utile confronto può venire dal paragone con la stele di Palenque. Da un punto di vista paleoastronautico, i due bassorilievi sono molto simili.

In entrambi i casi, un uomo sembra essere ai comandi di un velivolo che genera fiamme dalla parte posteriore, come farebbe un moderno mezzo volante a combustibile convenzionale. Ma la stele di Palenque è ricca di motivi ornamentali dal profondo significato simbolico. Chi può contestare che sulla lapide di Pacal non sia rappresentato l’albero della vita? L’opera ritrovata nel tempio delle iscrizioni si presta a numerose interpretazioni alternative rispetto a quella avanzata da von Daniken che la spiega come un astronauta nel suo apparecchio. Inoltre il bassorilievo di Palenque può essere osservato e “letto” sia in orizzontale che in verticale, conferendovi, in tal modo, diverse spiegazioni. Questo non accade con il bassorilievo di Cerro de La Cantera che può rappresentare solo in orizzontale ciò che vi è stato scolpito: una capsula per viaggi spaziali.

In comune le due opere hanno la presenza di un uccello, che nel bassorilievo di Cerro de La Cantera è all’interno del velivolo. Qualcuno potrebbe obiettare che l’uccello è il simbolo della morte. Obiezione valida per la lapide del sovrano Maya Pacal, ma quale é il significato di un siffatto simbolo nell’opera olmeca? Molto più verosimile pensare ad una figura rappresentante il volo.

A parte l’uccello, il bassorilievo di Cerro de la Cantera, non ha altre figure simbolico – religiose che possano suggerire un significato alternativo a quello da me ipotizzato. Sembrerebbe essere davvero un oggetto in volo, pilotato attraverso un pannello portatile (ricordate i filmati del Santilli Footage? L’analogia è davvero interessante). Ma che tipo di velivolo è? Qualcuno potrebbe dire un UFO, ma personalmente rifiuto quest’interpretazione. Nessun UFO è mai stato visto decollare, atterrare o semplicemente volare generando una fiamma come quella appartenente ad una propulsione convenzionale. E ciò è proprio quanto si desume dal disegno. La propulsione sembra essere convenzionale e troppo simile al tipo che noi oggi normalmente utilizziamo nei nostri Shuttle.

E’ più credibile il fatto che ci troviamo in presenza di un indizio dell’esistenza di una civiltà remota e scomparsa, l’Atlantide, che aveva raggiunto un livello evolutivo e tecnologico simile al nostro. Civiltà che una volta estintasi ha lasciato le sue tracce, grazie ad individui scampati all’olocausto, che rifugiatisi in diverse parti del globo, hanno conservato memoria della perduta grandezza del continente atlantideo. Ma l’astronave di Cerro de La Cantera è solo l’ultimo in ordine di tempo degli enigmi olmechi.

L’uomo nel serpente di La Venta

Gli Olmechi sono stati il primo popolo civile dell’area meso americana. La loro importanza non sta solo nella priorità storica della loro civiltà ma anche nel fatto che molti elementi culturali fondamentali da loro elaborati si sono trasmessi a tutta l’area dell’America centrale, rimanendo poi costanti, presso le popolazioni più diverse, fino alla conquista spagnola. Probabilmente i popoli degli odierni Messico e Guatemala dovettero agli Olmechi i templi a piramide, lo sviluppo della matematica e dell’astronomia e in particolare quell’interesse per il cielo che ha spesso suscitato molti interrogativi negli studiosi.

Il territorio degli Olmechi era di ridotta estensione e comprendeva la parte dell’istmo di Tehuantepec rivolta verso il golfo del Messico. La loro prima capitale, tra il 1000 e il 400 a.C., fu il centro di La Venta. Si trattava di una città che svolgeva funzioni primariamente religiose, ragione per cui poteva considerarsi più un santuario che un agglomerato urbano vero e proprio. Essa riveste notevole importanza per le testimonianze artistiche che conserva. Gli Olmechi furono abili scultori, che si dedicarono con maestria alla realizzazione tanto di teste colossali come di figure minute, a statue a tutto tondo, a bassorilievi e ad altorilievi, esplorando praticamente tutti i campi dell’arte plastica. Nel centro di La Venta si ritrova anche quella che è l’opera più significativa dal punto di vista paleoastronautico. Parliamo della stele nota come “l’uomo nel serpente”. Il serpente in questione sembra una delle primissime rappresentazioni di Quetzalcoatl, il serpente piumato, che sulla stele è raffigurato chiudersi su se stesso. All’interno dell’anello, che in tal modo si forma, è rappresentata una figura umana particolare per molti aspetti. Innanzitutto si presenta pesantemente vestita a differenza di tutte le altre raffigurazioni umane dell’arte olmeca che sono seminude ed inoltre gli abiti si modellano sulla forma del corpo, come se fossero una tuta, mentre in quelle regioni sono sempre state in uso tonache o mantelli. Ciò che lascia veramente stupiti è, comunque, una sorta di scafandro indossato dal misterioso personaggio. Il casco protegge tutta la testa ma presenta un’apertura che lascia vedere il volto. Altri dettagli notevoli all’interno del serpente sono una borsa (oggetto mai esistito nell’America precolombiana) tenuta in mano dall’uomo ed un paio di pannelli scarsamente definiti connessi ad una sorta di trave. Anche se si è parlato di mito dimenticato a proposito del significato di quest’opera, sembra che la conclusione cui deve giungersi è proprio quella opposta. Ci troviamo infatti di fronte alla prima, inaspettata rappresentazione del mito diffusissimo e mai dimenticato del serpente piumato, cioè, in termini ufologici, davanti ad una astronave sigariforme del tipo del “Leviatano”. L’uomo scolpito all’interno del serpente che si tocca la coda con la testa, non è altri che un cosmonauta alla guida del veicolo nel suo interno e bisogna riconoscere all’ignoto artista che lo ha rappresentato una grande sensibilità descrittiva. Non dimentichiamo, infatti, che, migliaia di anni dopo, gli Aztechi rimasero sbigottiti davanti ai cavalieri spagnoli ritenendoli, insieme ai loro cavalli, un unico animale fantastico capace di dividersi in due.

Una civiltà multirazziale

Dalle stesse rovine di La Venta possiamo avere delle affidabili risposte circa le straordinarie conoscenze degli Olmechi anche in campo antropologico. Questo popolo ha lasciato numerose statue e statuette, indice di una mescolanza di razze della quale gli era stranamente a conoscenza: le teste di Basalto olmeche, alte oltre due metri e mezzo, pesanti sino a 37 tonnellate, che l’archeologia ortodossa ritiene ritratti di sovrani olmechi.

In realtà le loro fattezze somatiche sono chiare rappresentazioni della razza negroide del tutto sconosciuta in sud-america sino al 17° secolo. Inoltre gli Olmechi erano soliti scolpire statuette di giada a tutto tondo, rappresentanti individui piccoli, glabri e dai tratti somatici orientali. Queste statuette dagli occhi a mandorla sono spesso rappresentate nella posizione del loto. Ancora una razza, quella orientale, sconosciuta in america sino ai tempi recenti. In una di queste opere nominata “presepe”, una serie di individui “orientali” è posta affianco a delle colonne affusolate chiamate “le lancie che spazzano il cielo”. Un ennesimo e indiretto ricordo di una tecnologia a razzo per viaggi spaziali oppure un riferimento mitizzato ad astronavi sigariformi? Va detto che un termine dal medesimo significato “Thn” (leggi Tehen, cioè “lancie che spaccano il cielo”) era usato in Egitto per indicare gli obelischi. Ancora una inaspettata coincidenza tra culture così distanti, a ulteriore conferma dell’esistenza di un continente ponte tra il vecchio e il nuovo mondo.

Gli Olmechi hanno realizzato altre statue che rappresentano la razza bianca. Si tratta di uomini barbuti dai tratti indo-europei e caucasoidi. Altra stranezza se si pensa che gli amerindi non sviluppano peli e quindi neanche la barba. Inoltre la razza bianca, era una razza mitizzata. Come è possibile che gli Olmechi conoscessero le quattro razze base che popolavano il pianeta? Erano presenti su Atlantide? Se si pensa che come popolazione gli Olmechi furono la prima razza civilizzata presente in meso America non è assurdo pensare che fossero i discendenti di alcuni superstiti atlantidei e che conservassero memoria sia delle razze che popolavano qual mitico continente, sia della tecnologia che quella civiltà, forse multirazziale, era arrivata a sviluppare. Una tecnologia rappresentata in modo inequivocabile nel bassorilievo di Cerro de La Cantera.

Fonte: www.cerchinelgrano.info * Link

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