Nati nella frenesia…

Tutti i giorni ci facciamo continuamente “seghe mentali” per il lavoro, per i colleghi, per lo stile di vita che conduciamo, per la politica, per Berlusconi (cacchio ma non sappiamo parlare d’altro?), per i soldi, per i Potenti, per la cronaca, per il tempo, per l’omicidio che é avvenuto in quel paese, per tutto………
E così facendo sprechiamo il nostro tempo prezioso PARLANDO DEL NULLA! Quando invece un attimo di silenzio potrebbe sanare il nostro corpo, la nostra mente e il nostro spirito.
Ho di recente capito che la MEDITAZIONE non é una mezz’ora di silenzio, ma é uno STILE DI VITA.

Lore

Pensare fa male al cervello?

del dott. Amrito

http://www.osho.com

RECENTI RICERCHE HANNO STABILITO che pensare troppo fa male al cervello. Ciò che ancora non è stato scoperto, è che la meditazione è la chiave per schiacciare il pulsante “spento”.

Il giornale ‘The Economist’ lo esprime in modo perfetto: “Come un duro lavoro fisico lascia il segno sulle mani, pensare molto lascia il segno sul cervello”.

La ricerca medica ha scoperto già da qualche tempo che il cervello è un organo malleabile: il cervello di uno sportivo appare diverso da quello di un operatore di computer.

Negli anni ’60, alcune ricerche condotte nell’Università di California, a Berkeley, hanno mostrato che i topi allevati in un ambiente ricco di stimoli avevano cervelli più densi e più complessi di quelli allevati in ambienti con pochi stimoli. Persino topi già adulti, messi in una gabbia più interessante, mostrano gli stessi cambiamenti del cervello, con un numero maggiore di connessioni sinaptiche tra le cellule nervose.

Non solo cresce il numero di cellule cerebrali, ma aumenta pure l’afflusso di sangue che porta l’energia necessaria alle cellule. Quindi non solo “i topi giovani con molti interessi sviluppano 20-25 sinapsi in più per ogni cellula nervosa dei loro coetanei annoiati”, ma posseggono anche “l’80% in più di capillari” che forniscono sangue e quindi energia alle cellule.

Altre ricerche condotte da William Greenough e dai suoi colleghi dell’Università dell’Illinois, a Urbana-Champaign, hanno diviso i topi in tre categorie – ‘acrobati’, ‘atleti’ e ‘sedentari’ – ponendoli in ambienti diversi: gli acrobati dovevano assolvere compiti che richiedevano coordinazione, gli atleti dovevano affrontare compiti puramente fisici e i sedentari non avevano alcun compito. Gli acrobati hanno mostrato cambiamenti drammatici delle parti del cervello che hanno a che fare con la coordinazione.

Ma che succede quando esageri? Si sa che pensare troppo può uccidere le cellule cerebrali. Sembra infatti che le sostanze chimiche prodotte quando si pensa, non riescano a essere eliminate abbastanza in fretta, e finiscano così per avvelenare le cellule cerebrali.

Quando Ruben Gur dell’Università della Pennsylvania, a Philadelphia, ha chiesto ai soggetti maschi che partecipavano alla sua ricerca di rilassarsi, non ne sono stati capaci – i loro pensieri tornavano sempre a ciò che stavano facendo in precedenza, senza neanche rendersene conto. Questo essenzialmente vuol dire che, come tutti i non meditatori, non erano consapevoli dei loro pensieri.

Le donne partecipanti alla ricerca, invece, si sono messe a pensare a qualcosa di diverso, adoperando una parte differente del cervello. Lo scienziato crede che questa differenza possa spiegare l’altro suo risultato più importante, e cioè che i cervelli degli uomini si danneggiano molto più velocemente di quelli delle donne. Nonostante all’inizio gli uomini abbiano una massa cerebrale maggiore rispetto alle donne, quando arrivano ai 45 anni – con una memoria e una capacità di concentrazione in diminuzione – i lobi frontali del loro cervello, quelli responsabili del ‘pensiero complesso’, si sono ridotti alla stessa dimensione dei ‘lobi frontali delle donne della stessa età’.

Non è un fatto così sorprendente che il cervello funzioni come il resto del nostro sistema biologico. Periodi di riposo alternati a periodi di sforzo: questo è il normale modo di operare. La mancanza di riposo, l’allenamento eccessivo, riduce le capacità degli atleti; la stessa cosa accade con il cervello. C’è un’interessante relazione, inoltre, tra la consapevolezza del respiro e la sensazione di fatica che precede gli attacchi cardiaci in pazienti stressati, l’allenamento eccessivo negli atleti e la sindrome di fatica cronica in altre persone… E se negli atleti i muscoli possono almeno riposare quando dormono, non è così per i nostri cervelli multimediali. Essi infatti non fanno che passare dall’attività quotidiana a quei film che chiamiamo sogni, e che in una persona stressata possono diventare un vero horror show.

Allo stesso modo, non è sorprendente che altri ricercatori vedano una relazione sempre più chiara tra l’essere svegli, attenti e funzionali e l’essere rilassati.

La chiave per ridurre la perdita di cellule cerebrali che avviene con l’età, è la capacità di rilassare il cervello, che vuol dire permettere alla mente di fermarsi e di riposare. Il primo passo essenziale è quello di diventare consapevoli dei nostri pensieri. Questa è l’arte della meditazione. Allora farai una scoperta sorprendente: i pensieri sono molto timidi. Nel momento in cui diventi consapevole dei tuoi pensieri, iniziano a dissolversi, lasciandosi alle spalle ‘la pace che va al di là ogni comprensione’.

Respiro, stress e meditazione

del dott. Amrito

ALCUNI STUDI INDICANO che dal 60 al 90% delle visite a “professionisti della salute” sono motivate da condizioni legate allo stress, il che vuol dire tanta sofferenza e un bel po’ di denaro.

Solo di recente la classe medica ha accettato il fatto che condizioni come le ulcere e le malattie cardiache sono collegate allo stress. Naturalmente le mogli dei dottori lo sapevano già, la nonna lo sapeva già, il dottore lo sapeva già, ma dato che questo fatto non era mai stato ‘provato’ pubblicamente, se ne parlava solo a livello aneddotico.

Uno dei motivi di questa situazione è la presenza di un atteggiamento unilaterale verso lo stress. Quando un animale è sul punto di diventare la colazione di un altro animale, entrambi sono ‘stressati’. Uno o entrambi sopravviveranno all’incontro, ma comunque la durata dell’episodio sarà relativamente breve. Una volta finito, poi, non ci sarà tempo di rimuginarci sopra… fantasticare non è esattamente il modo giusto per evitare di diventare il prossimo pasto del tuo vicino. La chiave è rimanere svegli.

Noi però, quando il capufficio ci tratta male una mattina, entriamo in uno stato di stress simile a quello dell’animale, ma permettiamo anche che l’episodio ci mangi letteralmente il fegato per il resto della giornata.

Durante stati acuti di stress – di breve durata – oppure nel caso di stress cronici, che si trascinano a lungo, accadono due principali tipi di cambiamenti. Un tipo è chimico: l’adrenalina e altre sostanze chimiche si riversano nel corpo per dare all’animale la migliore possibilità di sopravvivenza. La gamma di cambiamenti chimici che si presentano con lo stress è vasta. Il livello ormonale cambia, il sistema immunitario e quello nervoso ne subiscono l’influenza, e così via.

L’altro cambiamento importante avviene nella respirazione.

Mentre si sa già molto sui cambiamenti chimici che avvengono nello stato di stress, si sa poco sui cambiamenti del respiro. Di per sé, questo è già un fatto sorprendente perché, mentre gli studi chimici sono complicati e costosi – e spesso dolorosi per il soggetto – esaminare il respiro è la cosa più semplice.

I cambiamenti chimici che vengono misurati sono quasi completamente al di fuori del campo della coscienza. Hai forse un’idea di quale sia il tuo attuale livello di cortisol? Questo vuol dire che, anche se vengono scoperte delle anormalità, non c’è molto che il paziente possa fare al riguardo.

Il respiro può essere spontaneo e naturale – una risposta organica al momento – oppure può essere abituale, meccanico e reattivo – il risultato dell’esperienza emozionale di una vita, accumulata in strati simili agli anelli di un albero.

Osservare il respiro era il punto su cui insisteva particolarmente Buddha, nel percorso verso la meditazione e la consapevolezza. Questo accadeva venticinque secoli fa, quindi l’Oriente ha un po’ più d’esperienza col respiro di quanta ne abbia la scienza occidentale. Non è una sorpresa scoprire che ogni approccio orientale alla salute pone il respiro al centro dell’attenzione. In questa prospettiva si pensa che, se la chimica del corpo viene disturbata, il respiro non potrà essere naturale, e viceversa, se il respiro è naturale, la chimica corporea sarà normale.

Di conseguenza, se si eliminano le cattive abitudini respiratorie, avverrà la guarigione. Al contrario, i trattamenti più diffusi per le malattie collegate allo stress, nati dall’approccio chimico, sono in gran parte sintomatici. Cioè tendono a sopprimere i sintomi senza necessariamente toccare le cause di base, magari semplicemente eliminando il dolore che è in fin dei conti un segnale, un avvertimento – e senza comprendere il senso di quest’avvertimento.

Naturalmente l’altra caratteristica positiva della terapia del respiro, in confronto a quella chimica, è che è semplice e poco costosa. La respirazione naturale è l’essenza della meditazione, quindi non può essere molto più ardua della meditazione stessa.

In tutto questo campo, una delle maggiori difficoltà per la mente occidentale è stata la mancanza di dati di riscontro “oggettivi”, ma ora anche questo sta cambiando. Alcune ricerche hanno dimostrato che quando l’organismo è stressato, la respirazione s’incrementa naturalmente. Quando lo stress diventa cronico, come accade così spesso, questo incremento cronico della respirazione causa una perdita eccessiva di biossido di carbonio nel corpo. E, dato che il biossido di carbonio viene estratto dall’acido carbonico, questo comporta un’eccessiva perdita di acidi. Il corpo però è regolato in modo da prestare grande attenzione al proprio equilibrio acido-basico, il livello di pH. Questo vuol dire che il corpo considera la perdita di acidi come un fatto molto serio.

Quando si trova di fronte a un’eccessiva perdita di acidi attraverso il respiro, il corpo compensa eliminando le sostanze alcaline in eccesso attraverso le urine. Questa perdita continua di alcali riduce le riserve alcaline del corpo, e sono proprio queste riserve alcaline che bilanciano e contengono gli acidi, per riciclarli in seguito.

In breve, più siamo stressati, più respiriamo, più perdiamo acidi, e più eliminiamo le sostanze alcaline. Con questa perdita di sostanze alcaline, si riduce la nostra capacità di bilanciare l’acido lattico prodotto dall’esercizio fisico, quindi basta che facciamo un minimo di esercizio perché le gambe comincino a farci male e il respiro diventi affannato. Ci sentiamo subito esausti.

Quindi il tipico paziente cardiaco non è colpito ‘così all’improvviso’ da un misterioso ‘attacco cardiaco’, come spesso si suggerisce. In realtà è una persona cronicamente stressata, che cronicamente respira troppo, che esaurisce le sue riserve alcaline, e si sente sempre più stanco. La memoria ne soffre, la capacità di concentrazione si riduce, l’energia è molto bassa… eppure lui continua a tirare avanti, e si ferma solo quando il suo cuore minaccia di scioperare.

Di colpo diventa molto chiaro il motivo per il quale il ‘riposo’ è stato per millenni il pilastro della medicina occidentale. Se il nostro amico con l’attacco di cuore potesse solo fermarsi e riposarsi…

Se il riposo è un ingrediente essenziale della guarigione, ovviamente la mancanza di riposo è un ingrediente della malattia. O, per metterla in altro modo, la stanchezza è quasi sicuramente il prodromo della malattia. E se respirare in modo stressato può causare stanchezza, abbiamo una connessione chiara – e correggibile – tra lo stress e la malattia.

Una cosa nuova e importante è, a questo punto, la possibilità di calcolare la ‘propensione alla stanchezza’ misurando lo sforzo che una persona può fare su una cyclette prima di diventare acidotica – cosa che stimola un aumento della respirazione che può essere facilmente osservato e misurato.

In questo modo ora puoi vedere a che punto il paziente è arrivato nel percorso in discesa verso la malattia – e test ripetuti mostrano qual è la sua velocità di discesa e la sua direzione.

Questa comprensione va al di là anche della connessione tra respiro, riposo e malattia. La consapevolezza del respiro è uno degli elementi essenziali della meditazione, e questo potrebbe essere uno dei motivi per cui la meditazione fa tanto bene alla salute. Se riusciamo a vedere la meditazione come un ‘vivere riposati’ allora il cerchio diventa completo e la parte migliore della medicina occidentale può finalmente incontrare la parte migliore di quella orientale.

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